Indice Matany  

1. Presentazione dell'Ospedale
2. Storia dell'Ospedale
3. Testimonianze




1. PRESENTAZIONE DELL'OSPEDALE  

L'Ospedale "San Kizito" di Matany, costruito a partire dal 1969 e in seguito in continua espansione, è una realizzazione dei missionari comboniani, cui hanno dato il loro appoggio finanziario e tecnico moltissime istituzioni nel corso di trent'anni.
Esso appartiene alla Diocesi Cattolica di Moroto, capoluogo del Distretto meridionale della Provincia Karamoja, nel nord dell'Uganda.

Esso garantisce i servizi medici e sanitari di base agli abitanti dell'area Bokora del Karamoja, ma è aperto a tutti i Karimojong e agli ugandesi che si presentano a domandarne i singoli servizi.

L'Ospedale garantisce un importante ruolo sanitario, all'interno del programma sanitario governativo. Tra gli ospedali ugandesi il Ministero della Sanità lo annovera tra i migliori in attività. In particolare esso coopera con le autorità sanitarie del Distretto di appartenenza (Moroto) anche per la medicina preventiva, che esulerebbe dalle attività ospedaliere classiche, che sarebbero di natura esclusivamente curativa, configurando così un molto più efficace ruolo di "centro di salute" che risponde ai reali bisogni della popolazione.

Le spese ordinarie sono coperte da un reddito locale (rappresentato in parte dalle rette pagate direttamente dai pazienti (fees) e in parte da varie attività collaterali come il Centro Congressi, l'officina tecnica, la foresteria); il resto è coperto da donazioni e aiuti (da organizzazioni cattoliche, aiuti internazionali, ONG e benefattori privati). Gli interventi straordinari (edili, tecnologici) devono essere finanziate da programmi specifici esterni.

Nei primi 20 anni della sua storia l'Ospedale ha trovato nelle Comboni missionaries Society, nel CUAMM Medici con l'Africa (ONG di Padova) e nella Cooperazione Italiana del Ministero degli Esteri i più importanti supporter. Purtroppo da più di dieci anni la Cooperazione è stata drasticamente ridimensionata e molte realtà sono state depennate dai finanziamenti del Ministero degli Esteri: rimangono quindi al fianco di molte realizzazioni solamente le ONG Organizzazioni non Governative o addirittura i singoli gruppi di appoggio, spesso coordinati in aiuti integrati per realizzare progetti impossibili ad essere finanziati dai singoli supporters. Nel 1996 l'ospedale ha sperimentato una situazione fallimentare ed è stato salvato da un intervento d'emergenza della Ambasciata Reale Danese nei due anni FY 96/97 e 97/98, attraverso i Fondi Delegati del Governo Ugandese. Il finanziamento governativo è comunque divenuta prassi consolidata da quel periodo.

Negli anni '90 le tragiche siccità hanno portato estemporanei ingenti aiuti internazionali alla Karamoja, tanto improvvisi a giungere quanto rapidi a sparire. Per l'Ospedale di Matany è stato molto importante un intervento di emergenza dell'Ambasciata Danese nel 1996/97 e del Governo Ugandese nel 1997/98.

A causa dell'estrema povertà della gente, ogni tentativo di aumentare le entrate attraverso l'aumento delle rette determinerà una riduzione di richiesta dei servizi da parte delle fasce più povere della popolazione. Questa esperienza è già stata fatta nel 1997. Per questo da fine 1997 si sta percorrendo il cammino opposto, di ridurre le rette, grazie ai fondi messi a disposizione dal Governo. A fronte di un costo medio di U.Sh 42.000per prestazione in regime di ricovero, la retta media richiesta è di U. Sh. 7.300; per le prestazioni ambulatoriali il rapporto è U.Sh. 7.700/1.300.



2. STORIA DELL'OSPEDALE

La costruzione dell'Ospedale di Matany è iniziata nel 1966 con un primo progetto e finanziamento dell' OXFAM canadese. Con tale primo fondo nel 1969 è stato aperto il dispensario e la maternità (con due suore comboniane - ostetrica e infermiera), che venivano attivati presso la preesistente missione comboniana, dove svolgeva la sua opera pastorale Padre Elia Ciapetti (Confessione ed Eucaristia),. In quello stesso anno è cominciata la costruzione di un vero e proprio Ospedale, progettato e finanziato da MISEREOR, istituzione caritativa legata alla Conferenza Episcopale Tedesca . Nel 1971 è stato aperto l'ospedale, intitolato a Saint Kizito, martire ugandese, con la presenza di due medici di Milano (Gigi e Mirella Rho, provenienti in agosto 1971 dal Lacor di Gulu); a quell'epoca funzionava solo un reparto in cui erano presenti uomini e donne e bambini. Nei due anni successivi, dal 1971 al 1973, si attua la prima fase del progetto (Degenze Maschile e Femminile, Sale Operatorie , Ambulatori, case dei medici, infrastrutture).
Una data importante è il 3 gennaio 1974, con il riconoscimento del progetto Ospedale di Matany da parte del Ministero degli Affari Esteri Italiano, presentato e sostenuto dal CUAMM di Padova (86/A/CUAMM/UG): ciò significa il riconoscimento di tutte le attività del personale italiano al rientro, come se avesse lavorato in Italia e la possibilità di sviluppare programmi finanziati dal Ministero stesso. Nello stesso 1974 viene attivato il Servizio di Laboratorio di Analisi Cliniche, viene inaugurato l'Isolamento TBC (40 posti-letto) dal Ministro della Sanità ugandese, la cui costruzione è stata finanziata anche dal Gruppo di Appoggio. Ancora in questo esplosivo 1974 inizia l'attività proiettata direttamente sul territorio: viene acquistata la prima ambulanza, si tengono i primi corsi per Educatori Sanitari e si aprono i Dispensari periferici di Lotome, Lokopo e Lorengadwat. Nel 1975 viene aperto il Servizio di Radiologia. Nel 1977 viene ristrutturato e ampliato l'Ostello per le Infermiere. Dal 1978 al 1981 viene edificata la Pediatria con 32 posti-letto. Nel 1982 viene sostituito l'apparecchio di radiologia.
In questi anni l'Ospedale e la Missione di Matany divengono un punto di riferimento e di aggregazione sociale: si sviluppano attività varie, agricole, commerciali, anche se lo sviluppo non sempre è coerente alla cultura locale .
Un lungo periodo di sviluppo ospedaliero è stato quello condotto dal Medical Superintendent Dr.Daniele Giusti, Fratello Comboniano, divenuto poi responsabile dell'Ufficio di coordinamento di tutti gli Ospedali Missionari cattolici.
Nel 1984 si apre la scuola per infermiere. Gli anni '80 sono contrassegnati da un notevole impegno italiano nella Cooperazione con i paesi in via di sviluppo e anche Matany beneficia di questo trend positivo.
Nel 1986 viene assunto il primo Medico africano, il Dr. Emmanuel Kezaala, che si occupa per breve tempo della Primary Health Care.
Negli anni '90 vengono portati avanti vari progetti per le accresciute necessità dell'Ospedale: un nuovo pozzo d'acqua, l'illuminazione notturna, il depuratore delle acque di scarico, sotto la Sovrintendenza Medica del Dr. Fabio Vanenti e poi della Dr.ssa Marina Anghileri. Accanto all'attività ospedaliera prosegue quella altrettanto e forse più importante, di medicina ambulatoriale, preventiva e di base sul territorio.
Annesso all'Ospedale è l'Asilo-Scuola per i figli del Personale che vi lavora e per la popolazione che vuole fruire dell'istruzione per i propri figli (Scuola di Matany).

L'Ospedale è stato continuamente sviluppato, con gli apporti di molti gruppi di sostegno (vedi Gli Amici di Matany). L'ultimo capitolo è stato il potenziamento della scuola infermieri, che doveva adeguarsi al programma governativo di espansione del programma d'insegnamento. Tra gli Amici di Matany è entrata così anche la Fondazione CARIPLO, che ha finanziato le strutture murarie della scuola.

Poiché L'Ospedale si trova in un'area piuttosto brulla, il fratello Comboniano R. Gandolfi sta a poco a poco piantando centinaia di alberi di Acacia Seyal (Karimojong Gum).



3. TESTIMONIANZE

Testimonianza del Dr. Fabio Manenti:

Milano, 3 dicembre 2000

Matany 2000.....quale futuro?

Innanzitutto permettete di presentarmi: sono Fabio Manenti, ho lasciato Matany 2 mesi fa, ci ho passato gli ultimi 4 anni (dal 1997) e altri 2 anni tra il 91 e il 93.
Sono forse la persona, laica, che ha "vissuto" di più a Matany, sicuramente almeno negli ultimi anni, dove sono stato il Direttore Sanitario, lo specialista chirurgo e all'occorrenza anche l'amministratore (quando l'attuale amministratore è stato ferito alle gambe nell'agosto 1999).
Ci ho vissuto con mia moglie e due figlie, la prima nata appunto a Matany nel 1992 e la seconda nata in Italia nel 1995.
Tutto questo per chiarire che quello che dirò è il mio parere, quindi personale, ma frutto degli ultimi anni vissuti a Matany.
Cosa è Matany oggi? Non so se dal filmato è apparso chiaramente, ma per chi conosce la sanità in Africa, e in Uganda in particolare, credo si possa dire che Matany è un ospedale modello per tutta l'Uganda. E' una realtà quasi da oasi nel deserto... e geograficamente è effettivamente così. Un ospedale modello soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione, inferiore forse al solo Lacor dei Dottori Corti, in quanto a qualità e numero dei servizi offerti.
Meglio strutturato e organizzato per quanto riguarda le attività sul territorio (la prevenzione, vaccinazioni, cliniche prenatali ecc.), grazie ad una tradizione iniziata fin dall'origine, nata nella mente dei suoi medici, di cui il Dr: Gigi Rho è il primo, e mantenuta, ampliata e strutturata soprattutto negli ultimi anni, tanto da renderla modello per la nuova politica sanitaria ugandese dei cosiddetti Health Sub-District.
Non posso entrare nei dettagli di cosa si tratti, ma per rendere l'idea di quanto Matany sia stato preso a modello basta ricordare che il Ministro della Sanità ugandese è venuto a Matany 4 volte nell'ultimo anno e ha voluto tenere una tavola rotonda proprio a Matany, per discutere appunto questa nuova politica.
Senza contare comunque che anche i servizi curativi sono di un livello superiore, ad es. a Matany giungono anche pazienti dai Distretti vicini, dove esistono altri ospedali anche di tipo Regionale, distretti che distano anche 250 km., ma che per fortuna sono serviti da autobus. Pensate che a Matany passano quotidianamente 4 autobus, di cui uno che va e uno che torna dalla capitale...

Tutto questo può far pensare che Matany sia appunto perfetta..., per usare un termine ora in uso, "azienda sanitaria" e quindi vi potrete chiedere:
ha ancora un significato la presenza di un gruppo di appoggio come il vostro? E quale può essere il vostro ruolo?

Ora quello che vi ho descritto circa Matany è vero e forse fa piacere, si tratta sicuramente di qualcosa di cui essere fieri, ma il punto critico è che tutto questo è il risultato del lavoro di tanti medici, suore, fratelli e padri Comboniani, purtroppo tutti espatriati... che vuol dire che, se si vuole guardare a quello che è la sostenibilità e la possibilità di "africanizzazione" dell'ospedale, credo che per ora resti solo un sogno.

Ancora non c'è la possibilità localmente di avere qualcuno che, come si dice, si prenda a cuore di mantenere l'ospedale e i servizi che offre... da qui la necessità ancora di espatriati in posizione chiave, per il controllo finanziario da una parte e per fornire competenze specifiche dall'altra, al fine di garantire una certa qualità delle cure, che vuol dire qualche specialista (è difficilissimo avere degli specialisti ugandesi disposti ad andare a lavorare a Matany) .

Da quanto detto, dovrebbero venire chiare le risposte alle domande che ci siamo posti e le risposte in merito a quale dovrebbe essere il futuro di Matany e del vostro gruppo di appoggio.

In primo luogo Matany deve continuare ad offrire i servizi preventivi e curativi al livello di qualità raggiunta e, perciò, è ancora più che mai necessario il supporto dall'esterno, se si vuole continuare a garantire la sostenibilità finanziaria strettamente correlata con l'accessibilità alle cure dei più poveri e dei più deboli, le donne e i bambini. E, in questo, il vostro gruppo è stato un costante riferimento durante tutta la vita dell'ospedale.

Inoltre, si deve continuare ad investire sulle risorse umane (in loco lo si sta facendo, ad es. entro 2 anni dovrebbe qualificarsi un amministratore ospedaliero karimojong), per ora ricercandole all'estero, in particolare medici, soprattutto quelli specialistici, per garantire la qualità delle cure.
Direi che si possono distinguere 2 categorie: medici che danno un impegno direzionale, quindi per almeno 2 anni, e medici per tempi brevi, per dare solo qualche input di qualità (ad es. specialisti che possano insegnare qualche tecnica/terapia specifica, come l'ortopedico, l'ecografista, l'endoscopista).

Per sintetizzare, direi che l'impegno per il futuro del gruppo di appoggio dovrebbe concentrarsi su questi punti:
· raccolta di fondi per sostenere i costi ricorrenti come priorità e, magari, cominciare a dedicare una parte di questi alla formazione di un capitale, il cui investimento dovrebbe garantire in futuro l'auto-sostenibilità dell'ospedale (fondazione, beni immobili, depositi bancari, ecc.)
· ricerca di personale medico specializzato che possa garantire la direzione dell'ospedale, quindi con una disponibilità di almeno qualche anno, e di personale medico specializzato per contributi brevi di formazione/supporto tecnico.

Tutto questo, in coordinazione con il Cuamm, di cui credo Don Luigi Mazzuccato vi parlerà, visto che per esempio tutti i medici che sono stati a Matany sono stati in qualche modo supportati dal Cuamm, in termini di contratti/finanziamenti.

Per concludere, a nome di tutti i pazienti che hanno trovato a Matany se non la guarigione almeno un po' di conforto e sollievo alle proprie sofferenze, ringrazio tutti voi che per tutti questi anni avete supportato le attività dell'ospedale così lontano, quasi non avendo mai nemmeno visto Matany e la sua gente.
Questo fu quello che mi stupì molto l'anno scorso quando incontrai il rag. Orio Fontana e vidi con quale dedizione si era sempre occupato nel sostenere Matany, pur non essendoci mai stato...
Quindi, per finire, una raccomandazione: forse la priorità del gruppo dovrebbe essere quella di vedere con i propri occhi Matany, per conoscerlo, farsi conoscere e... quindi forse amarlo ancora di più...



Testimonianza della Dr.ssa E. Vlieghe (pubblicazione su rivista scientifica):

Sirs,
Having worked as a medical officer in a hospital in Karamoja, home of the seminomadic Karimojong of north-east Uganda, I would like to add a few critical notes to the interesting article of Sheik-Mohamed and Velema (1999) on the supply of health care for nomads.
In the district where I worked, a network of 13 dispensaries, three centres and two hospitals provide health services for a population of around 200 000 with a density of roughly 14 inhabitants per km2. Health needs among the Karimojong are striking, but at least according to our hospital figures ( St. Kizito Hospital 1996), the existing services are increasingly being used, with a remarkably high rate of children admitted (at district level, 56/1000 p.a. on average during the period 1987-94). Regardless of whether the appropriate level was used, it shows that one of the weakest groups in the population, and most in need of health care, seems to find its way to medical services.
Among the Karimojong, women, children, and the elderly live in semisedentary settlements; young men are scattered during the dry season in small groups over the vast plains. Because of this dual social structure, the services reach mainly the sedentary part of the population, and this applies by definition to all geographically immobile services and projects, community-based or not. The young men, mostly the healthiest segment of society, are thus the main group having difficulties in accessing health care, mainly during the dry season. Employing nomadic community health workers, however, may not solve this problem. As the groups are often small and many in number, a great many health workers would need to be trained. More importantly, once trained they might prefer to stay in the larger settlements or move to market centres, as they often do not wish to fully continue their traditional nomadic lifestyle. In my opinion this points to an intrinsic vulnerability in the organization of any type of mobile services for nomadic people. Whenever members of the nomadic community are contracted to act as field workers, the risk is that it will alienate them from their original community and that they eventually leave the remote settlements, hoping to improve their situation in towns and market places. Obviously this should not mean that none of them must receive basic health training - on the contrary - but in my opinion it will not suffice as a cornerstone in meeting the health needs of their people.
On the other hand, the settlements have a tendency to migrate as well, albeit at a much slower pace - years vs. months. Settlements can emerge at very remote places. However, the problem of access in these situations is not unique to nomadic people but to all small communities scattered over vast areas.
Finally, there are other important factors influencing the Karimojong's access to health services. Episodic violent clashes between clans render travel to and from the medical services life-threatening. Above all, the most important cause of low accessibility worldwide, poverty, also applies to the Karimojomg. Therefore it seems to me that the geographical and socio-economic environment, rather than cultural inaccessibility or distrust of the government, are the main causes of little access to health services in the Karamoja, and that strengthening the existing network of services is the best option, provided safety and development in the area are also on the agenda.