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1.
L'organizzazione del villaggio di un popolo pastore
2. Vita quotidiana nel villaggio
3. Una
visita al villaggio Ankateok
1.
L'organizzazione del villaggio di un popolo pastore.
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L'unità
più piccola dell'organizzazione territoriale karimojong è
ere (villaggio
di insediamento permanente) (1). Una grande importanza nella
vita economica del popolo karimojong è rivestita anche dall'awi
(accampamento
stagionale di transumanza).
Tutti i villaggi
permanenti si trovano nell'area centrale,
in vicinanza dei fiumi sabbiosi, i cui letti acquiferi garantiscono
l'approvvigionamento idrico nel corso dell'anno. Tali villaggi generalmente
hanno una caratteristica di stabilità territoriale relativa,
in quanto ogni cinque o sei anni possono essere spostati di qualche
centinaio di metri, per usufruire di una zona più pulita
o perché il capo-villaggio è deceduto. I movimenti
a più ampio raggio sono realizzati solo quando un uomo desidera
cambiare unità.
Nella costruzione
del villaggio l'uomo si occupa solo della delimitazione
del recinto, del lavoro di pulitura del terreno e della recinzione
del bestiame. Le altre strutture
sono opera
delle donne, delle quali il villaggio è la sfera di dominio.
Gli uomini trascorrono nel villaggio solo il tempo dedicato ai pasti
e al sonno, altrimenti restano al di fuori di esso, sia per pascolare
il bestiame, sia per chiacchierare
tra di loro, sotto un albero: due attività egualmente
importanti.
Il villaggio si
presenta come un complesso fortificato che una o più barriere
di rovi e steccati di recinzione delimitano. All'interno sono
possibili suddivisioni, corrispondenti alle segmentazioni residenziali
di gruppi familiari di varie dimensioni: un segmento di villaggio
si designa come ewai (lato),
occupato da una famiglia con possibili dipendenti aggiunti, oppure
come ekal (residenza
singola), occupata da una famiglia
elementare. Il villaggio si compone di un insieme di abitazioni
fornite ciascuna di capanni di rifornimento e di granai di varie
dimensioni, diviso all'interno in veri e propri quartieri residenziali
separati, occupati dagli abitanti il villaggio, e in recinti per
il bestiame che produce gran parte del cibo. Ciascun quartiere contiene
un numero variabile di capanne adibite al riposo notturno, magazzini
e granai. Il resto del villaggio, separato dai rioni residenziali,
è costituito da una
vasta zona dove trovano posto i magazzini più grandi
e piccole capanne, nelle quali le ragazze nubili possono trascorrere
una notte occasionale con i loro innamorati, in privato.
Una zona del villaggio
in direzione nord-est, cioè rivolta ad Apule, è occupata
dal recinto
dei bovini e da recinti minori per separare e allattare i vitelli
e per dividere le capre e le pecore. Il popolo karimojong, la cui
economia poggia fondamentalmente sul bestiame e in particolare su
quello bovino, riserva ad esso un luogo sicuro, all'interno del
villaggio: gli animali in tal modo sono in posizione di massima
difendibilità, in quanto salvaguardati, all'intorno del
recinto, dai gruppi di capanne degli abitanti del villaggio. Quando
un villaggio ospita numerose famiglie indipendenti e ha così
un certo numero di lati, ciascuno di essi ha il proprio ingresso
al resto del villaggio e, comunemente, il proprio recinto per il
bestiame con un'entrata per gli armenti.
I Karimojong concepiscono
il villaggio ideale come l'abitazione di una singola famiglia estesa
(2): un uomo anziano, le sue numerose mogli, i figli adulti con
le rispettive mogli e figli, le figlie nubili e le donne più
anziane dipendenti. In tal modo il villaggio è la residenza
di una singola famiglia allargata, fornita di un singolo recinto
e conosciuta e denominata con il nome del capofamiglia.
Raramente comunque
è dato osservare un tale ideale, in quanto corrisponde ad
uno stadio specifico dello sviluppo familiare (3). Esso richiede
pure una certa disponibilità di bestiame e necessita di un
equilibrio tra capacità lavorative della famiglia e mezzi
di sussistenza forniti dalla mandria. Dal momento che il processo
di sviluppo familiare si svolge in un lasso di tempo troppo lungo
e l'aleatoria ricchezza del bestiame di una famiglia allargata è
in comune, si creano stridenti attriti interni; in tal modo i villaggi
non sempre presentano i caratteri ideali suddetti e si conformano
così in maniera più complessa. Più nuclei familiari
vengono in tal modo a comporre l'unità territoriale del villaggio,
senza che per ciò stesso i componenti questi nuclei siano
tra di loro legati da parentela. Essi possono avere tra di loro
una lontana relazione parentale, essere affini, ma anche e più
semplicemente amici, che cooperano in vista di una comune sicurezza
sociale.
Nelle immediate
vicinanze del villaggio permanente si trovano i campi, dove le donne,
i bambini e gli uomini più vecchi svolgono una piccola attività
agricola (4,5).
Il prodotto principale
è il sorgo; vengono poi i fagioli e le zucche. Viene coltivato
qua e là il mais. Mentre i villaggi si trovano di regola
su terreni in posizione sopraelevata per evitare gli allagamenti
durante le piogge, l'amana (il campo) si trova in avvallamenti
tra le creste spartiacque. La zona più favorevole è
l'acukut (la parte interna dei gomiti dei fiumi), per la
presenza di terreno di riporto e la facilità di irrigazione
(6).
Non esiste la
rotazione delle colture; allorché un campo diventa sterile,
lo si lascia a maggese e se ne trovano altri da coltivare. Le donne,
alle quali è affidato il compito delle colture, dissodano
il terreno con l'akuta (piccola
zappa) (7), portandosi spesso legato sulle spalle il più
piccolo dei figli. I terreni di coltivazione sono indubbiamente
uno dei fattori limitanti le dimensioni del villaggio. Le zone lontane
dall'insediamento non sono utilizzate per varie ragioni di comodità
e di sicurezza (8). Il diritto di coltivazione è acquisito
innalzando uno steccato intorno ad un terreno qualsiasi, sul quale
nessuno reclama diritti. Tutto questo è affidato
alle donne: sono esse ad esercitare i diritti sulla emanikwor
(terra, coltivata) (9): questi diritti passano poi alle loro figlie.
Esse li perdono trasferendosi al villaggio del marito; i campi sono
in questo caso affidati alle mogli dei figli che continuano a risiedere
nel villaggio. Va comunque precisato che le coltivazioni sono di
scarso affidamento in Karamoja. Il sorgo è seminato dopo
la prima pioggia che abbia ammorbidito a sufficienza il terreno
per poter essere zappato (10). A causa dell'irregolarità
delle piogge, i tentativi potranno essere reiterati anche quattro
o cinque volte e, una volta su due, avranno esito scarsissimo o
nullo (11). Un netto miglioramento delle colture si è avuto
alla fine degli anni '40 con l'introduzione
del giogo, in quanto migliora il raccolto negli anni di per
sé favorevoli ad una buona germinazione. Le granaglie poi
non possono essere conservate per più di un anno nei granai
del villaggio (12).
Per quanto riguarda
gli accampamenti temporanei, essi si trovano nelle zone a est e
a ovest dell'area dei villaggi permanenti, localizzati per lo più
nella regione centrale, ad est vicino alle sorgenti dei fiumi sulle
montagne orientali, ad ovest vicino alle paludi stagionali nelle
pianure argillose. Questi accampamenti si compongono solo di esakaite
(recinti)
(13), per tenere al riparo i bovini e gli ovini, e di qualche esile
rifugio temporaneo per l'uomo, costituito da un insieme di frasche
poste in cerchio, senza copertura. La recinzione esterna è
di solito costituita da un grosso anello di arbusti spinosi. In
queste zone le risorse d'acqua sono rapidamente esauribili e questo
fatto impone una grande mobilità dell'accampamento. Esso
è abitato esclusivamente dagli uomini; non esistono le condizioni
per occupazioni femminili. Le
ragazze possono recarsi al campo temporaneo solo per qualche
visita, portando ngagwe (birra locale) e granaglie macinate,
oltre che per ritornare al villaggio con i prodotti latticini (14).
A differenza dei
villaggi permanenti, in quelli temporanei non esiste alcuna attività
agricola e i mezzi di sostentamento sono i prodotti della mandria:
latte e sangue (15).
Note
1) N. DYSON-HUDSON, Karimojong Politics, Clarendon Press, Oxford
1966, p.105.
2) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p.105.
3) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p.106 .
4) P.Z. GULLIVER, The Family Herds, Routledge & Kegan Paul,
Lgndra, 1955, p. 211.
5) B. BROCK, Pastoral values as an explanation of conservatism in
Karamoja District, Annual Conference of Canadian Association of
African Studies, Ottawa, 1972, p. 24.
6) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p 40.
7) P. e P.H GULLIVER, The Central Nilo-Hamites, Ethnographic Survey
of Africa, International African Institute, Londra, 1953, p. 31.
8) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p.108.
9) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 41
10) P. e P.H GULLIVER, op, cit.,1953, p 42.
11) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p .42.
12) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p. 43.
13) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p. 33.
14) A. PAZZAGLIA, I Karimojong, Ed. Nigrizia, Verona1973, p. 20.
15) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p. 34.
2.
Vita quotidiana nel villaggio
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Lo stile di vita
nel villaggio karimojong varia notevolmente per ciò che riguarda
il periodo delle piogge rispetto a quello secco, in quanto durante
il primo la mandria si trova nel villaggio permanente e informa
di sé tutta la vita quotidiana, mentre nel secondo l'armento
viene condotto ai pascoli lontani (1). Il lavoro femminile comincia
molto prima dell'alba con la produzione del burro, preparato in
una akidietet (speciale zangola ricavata da una zucca vuota).
Ben presto vengono svegliati i bambini, la cui prima incombenza
è quella di portare i recipienti per la mungitura al recinto,
per poi raccogliere con gesto tempestivo l'urina delle vacche, utile
in numerosi frangenti come la cagliatura del latte e la pulizia
dei recipienti
usati per la mungitura. E' poi compito delle donne mungere le mucche
e badare all'allattamento dei vitelli (2). Indi gli uomini e i ragazzi
portano il bestiame a pascolare. Prima di uscire dal villaggio,
essi consumano gli avanzi
della polenta di sorgo della sera precedente, o, più
frugalmente, bevono un po' di latte. Le donne si occupano delle
coltivazioni, macinano
granaglie (3), procacciano
l'acqua, soprattutto le
ragazze, e la legna
da ardere al villaggio. In caso di lavoro pesante le donne portano
con sé nei campi un po' di sorgo per il pasto meridiano.
Sul
far della sera, tornano dai campi e preparano la cena nei loro
quartieri (4). Contemporaneamente fanno ritorno anche le mandrie
e le donne operano una seconda mungitura delle vacche e la prima
delle capre e delle pecore. Gli uomini, intanto, si preparano per
la cena, che è il pasto principale per tutti. Esso si compone
di polenta di sorgo con latte fresco o inacidito. Le porte del villaggio
vengono chiuse con intricati cespi di rovi. Quindi, ancora per qualche
tempo, la gente gira per il villaggio, chiacchierando
e allietandosi con recipienti di tiepida birra di sorgo o di miglio,
celebrando con canti il bestiame (5). Entro due ore dal tramonto
tutti dormono distesi su pelli di mucca non conciate, con l'immancabile
ekicolon (gabellino poggiatesta) sistemato sotto la nuca,
secondo tradizioni che trovano corrispondenza storica in consuetudini
dell'Antico Egitto (6).
Durante la stagione
secca, invece, tutto il lavoro rivolto agli armenti si svolge negli
accampamenti stagionali, mentre al villaggio l'attività delle
donne si basa fondamentalmente sulle scarse coltivazioni.
All'accampamento
stagionale la vita è molto austera. Le notti pur molto fredde
sono trascorse tutte all'aperto, per curare da vicino la mandria
(7). L'acqua disponibile ai mandriani è decisamente scarsa.
La giornata inizia al sorgere del sole con la mungitura e un breve
pasto a base di latte. Indi il bestiame viene portato al pascolo
e all'abbeverata. I ragazzetti più giovani si occupano degli
agnelli,
dei capretti e dei vitelli (8). Talvolta l'acqua
è vicina al campo, per cui tutta la vita pastorale si
svolge nelle sue immediate vicinanze, talaltra le sorgenti di acqua
sono lontane ed il campo ogni giorno viene allora abbandonato. Gli
uomini seguono l'abbeverata in modo che tutti gli animali si dissetino,
ma nessuno più del dovuto a spese di altri. Se nelle vicinanze
degli armenti sono localizzati nemici, la custodia armata si fa
molto stretta, a
vista (9). Verso sera gli animali vengono sospinti nell'accampamento
e qui rinchiusi nel recinto. I ragazzi più piccoli, nel frattempo,
hanno raccolto la fascina per il fuoco e l'acqua per la cena. Viene
scelto un animale per il salasso e dopo aver cinto il suo collo
con una cinghia di cuoio, al fine di inturgidire la vena giugulare,
questa viene tagliata da un preciso
colpo di freccia scoccata da uno speciale piccolo arco (10).
Si trae così un certo quantitativo di sangue, circa uno o
due litri, da mischiare al latte per formare così una mistura
chiamata ecarakan. La coagulazione del sangue viene evitata
frullando la pozione con appositi bastoncini che rimuovono continuamente
la fibrina formatasi. Questa bevanda, molto apprezzata dai Karimojong,
è riservata a coloro che hanno già fatto l'iniziazione
(11). Dopo aver applicato una manciata di fango alla ferita dell'animale,
questo è lasciato libero di ritornare nella mandria. L'arco
e la freccia usati in questa operazione sono di dimensioni molto
ridotte e non hanno altra funzione che quella relativa alla flebotomia
per il salasso (12).
Nel frattempo
i vitelli sono portati alla madre per l'allattamento. La vita serale
è più limitata che al villaggio, per la necessità
di una stretta sorveglianza del bestiame. Tutti dormono un sonno
molto leggero, pronti ad ogni evenienza.
Un'osservazione
va fatta sul carattere pastorale della vita karimojong che comporta
un'attività preminente rivolta al bestiame bovino da parte
del solo elemento maschile della comunità. Le donne si occupano
in primo luogo delle coltivazioni, in secondo luogo dell'allevamento
ovino e caprino e della mungitura delle vacche. L'attività
agricola affidata alle donne è considerata dagli stessi Karimojong
di scarsa importanza. Con una riflessione di carattere generale
si può affermare che il decisivo gradino dell'evoluzione
umana, consistente nella scoperta della possibilità di produrre
cibo in modo continuativo, ha trovato due forme fondamentali di
applicazione: quella allevatoria e quella agricola. L'ambiente del
Karamoja, con le sue caratteristiche geofisiche da una parte e dall'altra
con gli scarsi mezzi tecnologici in possesso dei suoi abitanti per
modificarlo, ha fatto sì che solamente la forma allevatoria
garantisse quella continuità di produzione che è necessaria
allo sviluppo della comunità sociale (13). Come in tutte
le società, inoltre, il detentore dei mezzi di produzione
della ricchezza, o più semplicemente del cibo, è automaticamente
anche il detentore del potere. Come abbiamo visto, l'allevamento
è condotto dall'elemento maschile della comunità:
detenendo il potere di gestire il bestiame, esso detiene anche la
ricchezza, il prestigio, oltre che i mezzi di sussistenza.
Del resto, l'enorme importanza che riveste il bestiame nell'ambito
karimojong viene considerato più compiutamente in un capitolo
a parte della presente trattazione (14).
Per quanto riguarda
il ruolo della donna, è importante dire che ad essa sono
affidati i lavori più pesanti: quelli connessi alla coltivazione
(zappatura, semina, mietitura, essiccazione) (15); quelli relativi
alla normale gestione familiare, come la macinatura manuale delle
granaglie, la cottura
del cibo, l'elaborazione dei prodotti latticini (formaggio,
burro), il trasporto dell'acqua e della legna al villaggio; infine,
l'impegno oneroso di un grande
numero di fígli . La pesantezza del lavoro e l'assoluta
carenza di potere decisionale configurano per esse un ruolo di soggezione.
In questa società, nella quale le possibilità individuali
di produrre ricchezza non giustificano uno sfruttamento dell'uomo
sull'uomo in un ambito allargato (16), questo sfruttamento è
recuperato nell'ambito familiare da parte dell'uomo sulla donna
(17). Non solo. Come è delineato nella parte che riguarda
il matrimonio (18), la donna nel suo ruolo di figlia è fonte
di ricchezza e di prestigio per il padre: ancora una volta in tal
modo la donna è asservita all'importanza del ruolo maschile.
Questa situazione è, dal punto di vista culturale, perfettamente
inserita nella normale tradizione karimojong:
le donne si uniformano ad essa senza ribellioni (19).
La posizione di
reale dipendenza della donna si evidenzia nel fatto che mai le donne
presenziano con un ruolo significativo alle cerimonie sociali karimojong.
Esse hanno, peraltro, sempre il compito
di preparare le vivande necessarie alle cerimonie, nelle quali
solo gli uomini sono i protagonisti a tutti gli effetti.
Note
1) N. DYSON-HUDSON, Karimoiong Politics, Clarendon Press, Oxford
1966, p. 35.
2) P. e PH. GULLIVER, The Central Nilo-Hamites, Ethnographic Survey
of Africa, International African Institute, Londra, 1953, p. 33
3) Questo ed altri particolari sulla vita quotidiana mi sono stati
forniti da Sabina Nakware. Cfr. Riferimenti, nella presente trattazione.
4) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 35-36.
5) A. PAZZAGLIA, comunicazione personale.
6) J.G. WILSON, Check list of the artifact and domestic work in
the Karamoja, Uganda Jl., (37), 1973:1973, p. 84.
7) A. PAZZAGLIA, I Karimojong, Ed. Nigrizia, Verona.1973, p. 20.
8) A. PAZZAGLIA, comunicazioni personali.
9) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 37.
10) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 38.
11) Cfr. Le classi di età presso i Karimojong: aspetti e
problemi, nella presente trattazione.
12) I Karimojong non usano l'arco nemmeno per la caccia, che del
resto è assai poco praticata. Qualora venga organizzata una
battuta, a questa prendono parte dozzine di persone: la preda è
uccisa a colpi di lancia e di bastone.
13) R. e N. DYSON-HUDSON, Subsistence herding in Uganda, Scientific
American, 2, 220 , p. 76.
14) Cfr. Importanza del bestiame nella vita economica e sociale,
nella presente trattazione.
15) P. e PH. GULLIVER, op. cit., 1953, p.15.
16) H. JAFFE, Dal tribalismo al socialismo, Jaka Book, Milano,197l,
p. 35.
17) A. EVANS-PRITCHARD, The position of the women in primitive society,
Taber & Taber, Londra, 1965, p. 36 .
18) Cfr. I Riti di villaggio e di sezione, nella presente trattazione.
19) A. EVANS-PRITCHARD, op. cit., 1965, p. 36
3.
Una visita al villaggio Ankateok.
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Accompagnata da
P.
Augusto Pazzaglia, missionario comboniano a Matany in territorio
Bokora, ho potuto visitare un villaggio situato in una zona circonvicina
(10 giugno 1976, ore 17). Il villaggio prende il nome dal capofamiglia
che vi abita.
Osservo innanzitutto
un campo arato, all'intorno
del suddetto villaggio, prima di giungere al recinto
fatto di rovi che delimita la zona abitata. Tale recinto di spini
si estende lungo tutto il perimetro del villaggio, a difesa degli
abitanti ivi raccolti. Qua e là si intravedono epuke
(aperture)
per l'accesso degli uomini, praticate in modo tale da risultare
scomode e accessibili solo per chi proceda quasi carponi:
ottimo espediente in caso di un'eventuale incursione nemica. L'apertura
per il bestiame è invece moderatamente più alta. All'interno
di questa prima barriera di recinzione se ne trova un'altra, pure
di spini misti a legni intrecciati: questo è dovuto al fatto
che il villaggio è stato recentemente visitato dai razziatori.
All'interno si
distinguono i vari quartieri residenziali: ciascun gruppo familiare
ha un proprio recinto comprendente l'akai (capanna), l'edula
( granaio ) e l'etem (sala
per ospiti). Questa consta di un recinto
a palizzata, ricoperto di fogliame, dove gli abitanti si ritrovano
a bere e a ricevere
gli ospiti. La capanna è, come di consueto, di forma
rotonda, coperta di paglia, e vi si accede scostando l'erite (porta)
fatta di vimini intrecciati. Tale porta rudimentale, leggera e di
piccole dimensioni, serve anche come attrezzo di uso domestico,
per setacciare
la pula. Di forma rettangolare, essa viene fissata con lacci
di pelle all'apertura
della capanna. All'interno quest'ultima è ben fornita
di anfore
e zucche vuote. La terra sulla quale è costruita è
ben battuta e spalmata con lo sterco di animali, che costituisce
il cemento per la pavimentazione. Anche la pareti sono cosparse
di sterco bovino misto a fango, ai fini di una maggiore impermeabilità
e di una sufficiente abitabilità
nel periodo secco. Lo scheletro della capanna è essenzialmente
costituito di pali e di vimini intersecati tra di loro, posti in
cerchio, sovrastati da un tetto conico di paglia intrecciata abilmente.
Oltre alle innumerevoli anfore e zucche vuote, appese anche al soffitto
per mezzo di corde vegetali o animali, l'arredamento della capanna
consta di pelli arrotolate, usate per dormire. Qua e là sono
ammassate varie ngakipoeta (pentole) e utensili di uso domestico,
ngikeretin (zangole per fare il burro) e grossi recipienti
usati per bollire la ngagwe (birra locale). A terra, in mezzo,
l'immancabile fuoco. Esso viene acceso di notte, sia per riscaldarsi,
sia per scacciare le zanzare, mentre per cucinare si usa l'ekeno
(focolare esterno), collocato in una zona a parte. La pietra per
macinare il sorgo trova posto sia nella capanna che fuori e si possono
osservare le donne intente a tale attività, svolta secondo
movimenti ritmici e regolari, imparati fin dalla giovinezza. Il
sorgo e il mais sono conservati nei granai,
costruzioni fatte di vimini intrecciati, circolari, poste in posizione
sopraelevata su pali e culminanti con una sommità conica.
Vicino ai granai si situa l'alos (aia), dove le donne pongono
il sorgo e la farina a seccare. Qua e là, appoggiati alle
capanne, si intravedono oggetti di uso domestico: tra gli altri,
un grande atuba
(trogolo ovale scavato nel legno), utilizzato per l'abbeveraggio
del bestiame e per servire la polenta in occasione delle feste cerimoniali.
Vicino ad un granaio osservo un asaja (basto per asini) di
forma ovale, fatto di vimini intrecciati, e più in là
un alepit (recipiente per mungitura). Usciamo dal quartiere
e ci inoltriamo al centro del villaggio, dove è posto il
recinto
del bestiame. In questo villaggio, come del resto in quelli
viciniori, il bestiame è scarso, a causa della razzia da
poco avvenuta. Questa, come mi spiega P. Pazzaglia, è una
situazione comune a tutti i Karimojong oggi. Un tempo i recinti
erano pieni di bestiame: le carestie, la siccità, le razzie
turkana hanno ridotto il popolo karimojong, un tempo ricco, attualmente
assai povero, quanto a bestiame. Il Karimojong è ora proprio
magro stecchito, come del resto il suo nome indica significativamente.
Si avvera il detto leggendario espresso all'atto di separazione
tra i Teso, i Karimojong e i Turkana, in Kenya, secondo il quale:"
i Turkana dissero:-Per difenderci dai nemici e per abitazioni a
noi bastano le grotte (tuekan=grotta)-. Perció, furono
chiamati Ngiturkana: quelli delle grotte; i Karimojong dissero:
-Noi proseguiremo il nostro cammino in avanti, finchè saremo
diventati vecchi stecchiti-. Amojong significa "vecchi",
akikar vecchio stecchito. Perciò, furono chiamati
Ngikarimojong: i vecchi stecchiti". Un'altra tradizione tribale
racconta che, in occasione di una natelo (epidemia), alcuni
dissero:"-No, noi non ci fermeremo nelle grotte, nè
ci fermeremo quando diventeremo vecchi stecchiti, ma procederemo
avanti fino alla tomba -. Ates vuol dire appunto tomba, perciò
furono denominati Ngiteso: quelli della tomba"(1).
Note
1) A. PAZZAGLIA, I Karimojong, Ed. Nigrizia, Verona.1973, p.30.
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