Società e cultura  
Il villaggio karimojong
Organizzazione sociale
Organizzazione politica e riti

1. L'organizzazione del villaggio di un popolo pastore
2. Vita quotidiana nel villaggio

3. Una visita al villaggio Ankateok
1. L'organizzazione del villaggio di un popolo pastore.

L'unità più piccola dell'organizzazione territoriale karimojong è ere (villaggio di insediamento permanente) (1). Una grande importanza nella vita economica del popolo karimojong è rivestita anche dall'awi (accampamento stagionale di transumanza).

Tutti i villaggi permanenti si trovano nell'area centrale, in vicinanza dei fiumi sabbiosi, i cui letti acquiferi garantiscono l'approvvigionamento idrico nel corso dell'anno. Tali villaggi generalmente hanno una caratteristica di stabilità territoriale relativa, in quanto ogni cinque o sei anni possono essere spostati di qualche centinaio di metri, per usufruire di una zona più pulita o perché il capo-villaggio è deceduto. I movimenti a più ampio raggio sono realizzati solo quando un uomo desidera cambiare unità.

Nella costruzione del villaggio l'uomo si occupa solo della delimitazione del recinto, del lavoro di pulitura del terreno e della recinzione del bestiame. Le altre strutture sono opera delle donne, delle quali il villaggio è la sfera di dominio. Gli uomini trascorrono nel villaggio solo il tempo dedicato ai pasti e al sonno, altrimenti restano al di fuori di esso, sia per pascolare il bestiame, sia per chiacchierare tra di loro, sotto un albero: due attività egualmente importanti.

Il villaggio si presenta come un complesso fortificato che una o più barriere di rovi e steccati di recinzione delimitano. All'interno sono possibili suddivisioni, corrispondenti alle segmentazioni residenziali di gruppi familiari di varie dimensioni: un segmento di villaggio si designa come ewai (lato), occupato da una famiglia con possibili dipendenti aggiunti, oppure come ekal (residenza singola), occupata da una famiglia elementare. Il villaggio si compone di un insieme di abitazioni fornite ciascuna di capanni di rifornimento e di granai di varie dimensioni, diviso all'interno in veri e propri quartieri residenziali separati, occupati dagli abitanti il villaggio, e in recinti per il bestiame che produce gran parte del cibo. Ciascun quartiere contiene un numero variabile di capanne adibite al riposo notturno, magazzini e granai. Il resto del villaggio, separato dai rioni residenziali, è costituito da una vasta zona dove trovano posto i magazzini più grandi e piccole capanne, nelle quali le ragazze nubili possono trascorrere una notte occasionale con i loro innamorati, in privato.

Una zona del villaggio in direzione nord-est, cioè rivolta ad Apule, è occupata dal recinto dei bovini e da recinti minori per separare e allattare i vitelli e per dividere le capre e le pecore. Il popolo karimojong, la cui economia poggia fondamentalmente sul bestiame e in particolare su quello bovino, riserva ad esso un luogo sicuro, all'interno del villaggio: gli animali in tal modo sono in posizione di massima difendibilità, in quanto salvaguardati, all'intorno del recinto, dai gruppi di capanne degli abitanti del villaggio. Quando un villaggio ospita numerose famiglie indipendenti e ha così un certo numero di lati, ciascuno di essi ha il proprio ingresso al resto del villaggio e, comunemente, il proprio recinto per il bestiame con un'entrata per gli armenti.

I Karimojong concepiscono il villaggio ideale come l'abitazione di una singola famiglia estesa (2): un uomo anziano, le sue numerose mogli, i figli adulti con le rispettive mogli e figli, le figlie nubili e le donne più anziane dipendenti. In tal modo il villaggio è la residenza di una singola famiglia allargata, fornita di un singolo recinto e conosciuta e denominata con il nome del capofamiglia.

Raramente comunque è dato osservare un tale ideale, in quanto corrisponde ad uno stadio specifico dello sviluppo familiare (3). Esso richiede pure una certa disponibilità di bestiame e necessita di un equilibrio tra capacità lavorative della famiglia e mezzi di sussistenza forniti dalla mandria. Dal momento che il processo di sviluppo familiare si svolge in un lasso di tempo troppo lungo e l'aleatoria ricchezza del bestiame di una famiglia allargata è in comune, si creano stridenti attriti interni; in tal modo i villaggi non sempre presentano i caratteri ideali suddetti e si conformano così in maniera più complessa. Più nuclei familiari vengono in tal modo a comporre l'unità territoriale del villaggio, senza che per ciò stesso i componenti questi nuclei siano tra di loro legati da parentela. Essi possono avere tra di loro una lontana relazione parentale, essere affini, ma anche e più semplicemente amici, che cooperano in vista di una comune sicurezza sociale.

Nelle immediate vicinanze del villaggio permanente si trovano i campi, dove le donne, i bambini e gli uomini più vecchi svolgono una piccola attività agricola (4,5).

Il prodotto principale è il sorgo; vengono poi i fagioli e le zucche. Viene coltivato qua e là il mais. Mentre i villaggi si trovano di regola su terreni in posizione sopraelevata per evitare gli allagamenti durante le piogge, l'amana (il campo) si trova in avvallamenti tra le creste spartiacque. La zona più favorevole è l'acukut (la parte interna dei gomiti dei fiumi), per la presenza di terreno di riporto e la facilità di irrigazione (6).

Non esiste la rotazione delle colture; allorché un campo diventa sterile, lo si lascia a maggese e se ne trovano altri da coltivare. Le donne, alle quali è affidato il compito delle colture, dissodano il terreno con l'akuta (piccola zappa) (7), portandosi spesso legato sulle spalle il più piccolo dei figli. I terreni di coltivazione sono indubbiamente uno dei fattori limitanti le dimensioni del villaggio. Le zone lontane dall'insediamento non sono utilizzate per varie ragioni di comodità e di sicurezza (8). Il diritto di coltivazione è acquisito innalzando uno steccato intorno ad un terreno qualsiasi, sul quale nessuno reclama diritti. Tutto questo è affidato alle donne: sono esse ad esercitare i diritti sulla emanikwor (terra, coltivata) (9): questi diritti passano poi alle loro figlie. Esse li perdono trasferendosi al villaggio del marito; i campi sono in questo caso affidati alle mogli dei figli che continuano a risiedere nel villaggio. Va comunque precisato che le coltivazioni sono di scarso affidamento in Karamoja. Il sorgo è seminato dopo la prima pioggia che abbia ammorbidito a sufficienza il terreno per poter essere zappato (10). A causa dell'irregolarità delle piogge, i tentativi potranno essere reiterati anche quattro o cinque volte e, una volta su due, avranno esito scarsissimo o nullo (11). Un netto miglioramento delle colture si è avuto alla fine degli anni '40 con l'introduzione del giogo, in quanto migliora il raccolto negli anni di per sé favorevoli ad una buona germinazione. Le granaglie poi non possono essere conservate per più di un anno nei granai del villaggio (12).

Per quanto riguarda gli accampamenti temporanei, essi si trovano nelle zone a est e a ovest dell'area dei villaggi permanenti, localizzati per lo più nella regione centrale, ad est vicino alle sorgenti dei fiumi sulle montagne orientali, ad ovest vicino alle paludi stagionali nelle pianure argillose. Questi accampamenti si compongono solo di esakaite (recinti) (13), per tenere al riparo i bovini e gli ovini, e di qualche esile rifugio temporaneo per l'uomo, costituito da un insieme di frasche poste in cerchio, senza copertura. La recinzione esterna è di solito costituita da un grosso anello di arbusti spinosi. In queste zone le risorse d'acqua sono rapidamente esauribili e questo fatto impone una grande mobilità dell'accampamento. Esso è abitato esclusivamente dagli uomini; non esistono le condizioni per occupazioni femminili. Le ragazze possono recarsi al campo temporaneo solo per qualche visita, portando ngagwe (birra locale) e granaglie macinate, oltre che per ritornare al villaggio con i prodotti latticini (14).

A differenza dei villaggi permanenti, in quelli temporanei non esiste alcuna attività agricola e i mezzi di sostentamento sono i prodotti della mandria: latte e sangue (15).

Note
1) N. DYSON-HUDSON, Karimojong Politics, Clarendon Press, Oxford 1966, p.105.
2) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p.105.
3) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p.106 .
4) P.Z. GULLIVER, The Family Herds, Routledge & Kegan Paul, Lgndra, 1955, p. 211.
5) B. BROCK, Pastoral values as an explanation of conservatism in Karamoja District, Annual Conference of Canadian Association of African Studies, Ottawa, 1972, p. 24.
6) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p 40.
7) P. e P.H GULLIVER, The Central Nilo-Hamites, Ethnographic Survey of Africa, International African Institute, Londra, 1953, p. 31.
8) N. DYSON-HUDSON, op. cit.,1966, p.108.
9) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 41
10) P. e P.H GULLIVER, op, cit.,1953, p 42.
11) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p .42.
12) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p. 43.
13) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p. 33.
14) A. PAZZAGLIA, I Karimojong, Ed. Nigrizia, Verona1973, p. 20.
15) N. DYSON-HUDSON, op,cit., 1966, p. 34.


2. Vita quotidiana nel villaggio

Lo stile di vita nel villaggio karimojong varia notevolmente per ciò che riguarda il periodo delle piogge rispetto a quello secco, in quanto durante il primo la mandria si trova nel villaggio permanente e informa di sé tutta la vita quotidiana, mentre nel secondo l'armento viene condotto ai pascoli lontani (1). Il lavoro femminile comincia molto prima dell'alba con la produzione del burro, preparato in una akidietet (speciale zangola ricavata da una zucca vuota). Ben presto vengono svegliati i bambini, la cui prima incombenza è quella di portare i recipienti per la mungitura al recinto, per poi raccogliere con gesto tempestivo l'urina delle vacche, utile in numerosi frangenti come la cagliatura del latte e la pulizia dei recipienti usati per la mungitura. E' poi compito delle donne mungere le mucche e badare all'allattamento dei vitelli (2). Indi gli uomini e i ragazzi portano il bestiame a pascolare. Prima di uscire dal villaggio, essi consumano gli avanzi della polenta di sorgo della sera precedente, o, più frugalmente, bevono un po' di latte. Le donne si occupano delle coltivazioni, macinano granaglie (3), procacciano l'acqua, soprattutto le ragazze, e la legna da ardere al villaggio. In caso di lavoro pesante le donne portano con sé nei campi un po' di sorgo per il pasto meridiano. Sul far della sera, tornano dai campi e preparano la cena nei loro quartieri (4). Contemporaneamente fanno ritorno anche le mandrie e le donne operano una seconda mungitura delle vacche e la prima delle capre e delle pecore. Gli uomini, intanto, si preparano per la cena, che è il pasto principale per tutti. Esso si compone di polenta di sorgo con latte fresco o inacidito. Le porte del villaggio vengono chiuse con intricati cespi di rovi. Quindi, ancora per qualche tempo, la gente gira per il villaggio, chiacchierando e allietandosi con recipienti di tiepida birra di sorgo o di miglio, celebrando con canti il bestiame (5). Entro due ore dal tramonto tutti dormono distesi su pelli di mucca non conciate, con l'immancabile ekicolon (gabellino poggiatesta) sistemato sotto la nuca, secondo tradizioni che trovano corrispondenza storica in consuetudini dell'Antico Egitto (6).

Durante la stagione secca, invece, tutto il lavoro rivolto agli armenti si svolge negli accampamenti stagionali, mentre al villaggio l'attività delle donne si basa fondamentalmente sulle scarse coltivazioni.

All'accampamento stagionale la vita è molto austera. Le notti pur molto fredde sono trascorse tutte all'aperto, per curare da vicino la mandria (7). L'acqua disponibile ai mandriani è decisamente scarsa. La giornata inizia al sorgere del sole con la mungitura e un breve pasto a base di latte. Indi il bestiame viene portato al pascolo e all'abbeverata. I ragazzetti più giovani si occupano degli agnelli, dei capretti e dei vitelli (8). Talvolta l'acqua è vicina al campo, per cui tutta la vita pastorale si svolge nelle sue immediate vicinanze, talaltra le sorgenti di acqua sono lontane ed il campo ogni giorno viene allora abbandonato. Gli uomini seguono l'abbeverata in modo che tutti gli animali si dissetino, ma nessuno più del dovuto a spese di altri. Se nelle vicinanze degli armenti sono localizzati nemici, la custodia armata si fa molto stretta, a vista (9). Verso sera gli animali vengono sospinti nell'accampamento e qui rinchiusi nel recinto. I ragazzi più piccoli, nel frattempo, hanno raccolto la fascina per il fuoco e l'acqua per la cena. Viene scelto un animale per il salasso e dopo aver cinto il suo collo con una cinghia di cuoio, al fine di inturgidire la vena giugulare, questa viene tagliata da un preciso colpo di freccia scoccata da uno speciale piccolo arco (10). Si trae così un certo quantitativo di sangue, circa uno o due litri, da mischiare al latte per formare così una mistura chiamata ecarakan. La coagulazione del sangue viene evitata frullando la pozione con appositi bastoncini che rimuovono continuamente la fibrina formatasi. Questa bevanda, molto apprezzata dai Karimojong, è riservata a coloro che hanno già fatto l'iniziazione (11). Dopo aver applicato una manciata di fango alla ferita dell'animale, questo è lasciato libero di ritornare nella mandria. L'arco e la freccia usati in questa operazione sono di dimensioni molto ridotte e non hanno altra funzione che quella relativa alla flebotomia per il salasso (12).

Nel frattempo i vitelli sono portati alla madre per l'allattamento. La vita serale è più limitata che al villaggio, per la necessità di una stretta sorveglianza del bestiame. Tutti dormono un sonno molto leggero, pronti ad ogni evenienza.

Un'osservazione va fatta sul carattere pastorale della vita karimojong che comporta un'attività preminente rivolta al bestiame bovino da parte del solo elemento maschile della comunità. Le donne si occupano in primo luogo delle coltivazioni, in secondo luogo dell'allevamento ovino e caprino e della mungitura delle vacche. L'attività agricola affidata alle donne è considerata dagli stessi Karimojong di scarsa importanza. Con una riflessione di carattere generale si può affermare che il decisivo gradino dell'evoluzione umana, consistente nella scoperta della possibilità di produrre cibo in modo continuativo, ha trovato due forme fondamentali di applicazione: quella allevatoria e quella agricola. L'ambiente del Karamoja, con le sue caratteristiche geofisiche da una parte e dall'altra con gli scarsi mezzi tecnologici in possesso dei suoi abitanti per modificarlo, ha fatto sì che solamente la forma allevatoria garantisse quella continuità di produzione che è necessaria allo sviluppo della comunità sociale (13). Come in tutte le società, inoltre, il detentore dei mezzi di produzione della ricchezza, o più semplicemente del cibo, è automaticamente anche il detentore del potere. Come abbiamo visto, l'allevamento è condotto dall'elemento maschile della comunità: detenendo il potere di gestire il bestiame, esso detiene anche la ricchezza, il prestigio, oltre che i mezzi di sussistenza.
Del resto, l'enorme importanza che riveste il bestiame nell'ambito karimojong viene considerato più compiutamente in un capitolo a parte della presente trattazione (14).

Per quanto riguarda il ruolo della donna, è importante dire che ad essa sono affidati i lavori più pesanti: quelli connessi alla coltivazione (zappatura, semina, mietitura, essiccazione) (15); quelli relativi alla normale gestione familiare, come la macinatura manuale delle granaglie, la cottura del cibo, l'elaborazione dei prodotti latticini (formaggio, burro), il trasporto dell'acqua e della legna al villaggio; infine, l'impegno oneroso di un grande numero di fígli . La pesantezza del lavoro e l'assoluta carenza di potere decisionale configurano per esse un ruolo di soggezione. In questa società, nella quale le possibilità individuali di produrre ricchezza non giustificano uno sfruttamento dell'uomo sull'uomo in un ambito allargato (16), questo sfruttamento è recuperato nell'ambito familiare da parte dell'uomo sulla donna (17). Non solo. Come è delineato nella parte che riguarda il matrimonio (18), la donna nel suo ruolo di figlia è fonte di ricchezza e di prestigio per il padre: ancora una volta in tal modo la donna è asservita all'importanza del ruolo maschile. Questa situazione è, dal punto di vista culturale, perfettamente inserita nella normale tradizione karimojong: le donne si uniformano ad essa senza ribellioni (19).

La posizione di reale dipendenza della donna si evidenzia nel fatto che mai le donne presenziano con un ruolo significativo alle cerimonie sociali karimojong. Esse hanno, peraltro, sempre il compito di preparare le vivande necessarie alle cerimonie, nelle quali solo gli uomini sono i protagonisti a tutti gli effetti.

Note
1) N. DYSON-HUDSON, Karimoiong Politics, Clarendon Press, Oxford 1966, p. 35.
2) P. e PH. GULLIVER, The Central Nilo-Hamites, Ethnographic Survey of Africa, International African Institute, Londra, 1953, p. 33
3) Questo ed altri particolari sulla vita quotidiana mi sono stati forniti da Sabina Nakware. Cfr. Riferimenti, nella presente trattazione.
4) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 35-36.
5) A. PAZZAGLIA, comunicazione personale.
6) J.G. WILSON, Check list of the artifact and domestic work in the Karamoja, Uganda Jl., (37), 1973:1973, p. 84.
7) A. PAZZAGLIA, I Karimojong, Ed. Nigrizia, Verona.1973, p. 20.
8) A. PAZZAGLIA, comunicazioni personali.
9) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 37.
10) N. DYSON-HUDSON, op. cit., 1966, p. 38.
11) Cfr. Le classi di età presso i Karimojong: aspetti e problemi, nella presente trattazione.
12) I Karimojong non usano l'arco nemmeno per la caccia, che del resto è assai poco praticata. Qualora venga organizzata una battuta, a questa prendono parte dozzine di persone: la preda è uccisa a colpi di lancia e di bastone.
13) R. e N. DYSON-HUDSON, Subsistence herding in Uganda, Scientific American, 2, 220 , p. 76.
14) Cfr. Importanza del bestiame nella vita economica e sociale, nella presente trattazione.
15) P. e PH. GULLIVER, op. cit., 1953, p.15.
16) H. JAFFE, Dal tribalismo al socialismo, Jaka Book, Milano,197l, p. 35.
17) A. EVANS-PRITCHARD, The position of the women in primitive society, Taber & Taber, Londra, 1965, p. 36 .
18) Cfr. I Riti di villaggio e di sezione, nella presente trattazione.
19) A. EVANS-PRITCHARD, op. cit., 1965, p. 36


3. Una visita al villaggio Ankateok.

Accompagnata da P. Augusto Pazzaglia, missionario comboniano a Matany in territorio Bokora, ho potuto visitare un villaggio situato in una zona circonvicina (10 giugno 1976, ore 17). Il villaggio prende il nome dal capofamiglia che vi abita.

Osservo innanzitutto un campo arato, all'intorno del suddetto villaggio, prima di giungere al recinto fatto di rovi che delimita la zona abitata. Tale recinto di spini si estende lungo tutto il perimetro del villaggio, a difesa degli abitanti ivi raccolti. Qua e là si intravedono epuke (aperture) per l'accesso degli uomini, praticate in modo tale da risultare scomode e accessibili solo per chi proceda quasi carponi: ottimo espediente in caso di un'eventuale incursione nemica. L'apertura per il bestiame è invece moderatamente più alta. All'interno di questa prima barriera di recinzione se ne trova un'altra, pure di spini misti a legni intrecciati: questo è dovuto al fatto che il villaggio è stato recentemente visitato dai razziatori.

All'interno si distinguono i vari quartieri residenziali: ciascun gruppo familiare ha un proprio recinto comprendente l'akai (capanna), l'edula ( granaio ) e l'etem (sala per ospiti). Questa consta di un recinto a palizzata, ricoperto di fogliame, dove gli abitanti si ritrovano a bere e a ricevere gli ospiti. La capanna è, come di consueto, di forma rotonda, coperta di paglia, e vi si accede scostando l'erite (porta) fatta di vimini intrecciati. Tale porta rudimentale, leggera e di piccole dimensioni, serve anche come attrezzo di uso domestico, per setacciare la pula. Di forma rettangolare, essa viene fissata con lacci di pelle all'apertura della capanna. All'interno quest'ultima è ben fornita di anfore e zucche vuote. La terra sulla quale è costruita è ben battuta e spalmata con lo sterco di animali, che costituisce il cemento per la pavimentazione. Anche la pareti sono cosparse di sterco bovino misto a fango, ai fini di una maggiore impermeabilità e di una sufficiente abitabilità nel periodo secco. Lo scheletro della capanna è essenzialmente costituito di pali e di vimini intersecati tra di loro, posti in cerchio, sovrastati da un tetto conico di paglia intrecciata abilmente. Oltre alle innumerevoli anfore e zucche vuote, appese anche al soffitto per mezzo di corde vegetali o animali, l'arredamento della capanna consta di pelli arrotolate, usate per dormire. Qua e là sono ammassate varie ngakipoeta (pentole) e utensili di uso domestico, ngikeretin (zangole per fare il burro) e grossi recipienti usati per bollire la ngagwe (birra locale). A terra, in mezzo, l'immancabile fuoco. Esso viene acceso di notte, sia per riscaldarsi, sia per scacciare le zanzare, mentre per cucinare si usa l'ekeno (focolare esterno), collocato in una zona a parte. La pietra per macinare il sorgo trova posto sia nella capanna che fuori e si possono osservare le donne intente a tale attività, svolta secondo movimenti ritmici e regolari, imparati fin dalla giovinezza. Il sorgo e il mais sono conservati nei granai, costruzioni fatte di vimini intrecciati, circolari, poste in posizione sopraelevata su pali e culminanti con una sommità conica. Vicino ai granai si situa l'alos (aia), dove le donne pongono il sorgo e la farina a seccare. Qua e là, appoggiati alle capanne, si intravedono oggetti di uso domestico: tra gli altri, un grande atuba (trogolo ovale scavato nel legno), utilizzato per l'abbeveraggio del bestiame e per servire la polenta in occasione delle feste cerimoniali. Vicino ad un granaio osservo un asaja (basto per asini) di forma ovale, fatto di vimini intrecciati, e più in là un alepit (recipiente per mungitura). Usciamo dal quartiere e ci inoltriamo al centro del villaggio, dove è posto il recinto del bestiame. In questo villaggio, come del resto in quelli viciniori, il bestiame è scarso, a causa della razzia da poco avvenuta. Questa, come mi spiega P. Pazzaglia, è una situazione comune a tutti i Karimojong oggi. Un tempo i recinti erano pieni di bestiame: le carestie, la siccità, le razzie turkana hanno ridotto il popolo karimojong, un tempo ricco, attualmente assai povero, quanto a bestiame. Il Karimojong è ora proprio magro stecchito, come del resto il suo nome indica significativamente. Si avvera il detto leggendario espresso all'atto di separazione tra i Teso, i Karimojong e i Turkana, in Kenya, secondo il quale:" i Turkana dissero:-Per difenderci dai nemici e per abitazioni a noi bastano le grotte (tuekan=grotta)-. Perció, furono chiamati Ngiturkana: quelli delle grotte; i Karimojong dissero: -Noi proseguiremo il nostro cammino in avanti, finchè saremo diventati vecchi stecchiti-. Amojong significa "vecchi", akikar vecchio stecchito. Perciò, furono chiamati Ngikarimojong: i vecchi stecchiti". Un'altra tradizione tribale racconta che, in occasione di una natelo (epidemia), alcuni dissero:"-No, noi non ci fermeremo nelle grotte, nè ci fermeremo quando diventeremo vecchi stecchiti, ma procederemo avanti fino alla tomba -. Ates vuol dire appunto tomba, perciò furono denominati Ngiteso: quelli della tomba"(1).

Note
1) A. PAZZAGLIA, I Karimojong, Ed. Nigrizia, Verona.1973, p.30.